martedì 28 marzo 2017

Once & Future Band - Once & Future Band (2017)


Attenzione! Questo disco è datato 2017, ma potrebbe benissimo riportare come data di pubblicazione il 1977. Nonostante questo, Once & Future Band è uno degli esordi più freschi, rivitalizzanti e gustosi di inizio anno. Il quartetto di Oakland formato da Joel Robinow (tastiere/chitarra/voce), Raj Ojha (batteria), Eli Eckert (basso/chitarra/voce) and Raze Regal (chitarra) proviene da esperienze comuni in altre band (Drunk Horse, Howlin Rain, East Bay Grease) e in questo nuovo progetto, con alle spalle l'EP Brain (2014), hanno deciso di registrare alcune composizioni di Robinow dal sapore decisamente retrò.

Once & Future Band è un pastiche pop prog le cui influenze sonore richiamano inevitabilmente classici suoni sintetizzati degli anni '70 circoscritti a determinati artisti come ELO, Queen, Steely Dan, Yes e Todd Rundgren ma, benché l'operazione nostalgia guardi a quell'epoca, l'album si ammanta di un'aura moderna fatta di ritmiche irregolari e parti strumentali arrangiate con dovizia. Quindi, se siete stanchi del prog pomposo e che si prende troppo sul serio, i Once & Future Band lo smorzano con ampie dosi di pop, R&B, soul e rock orchestrale pieno di synth e polifonie vocali come nell'irresistibile apertura di How Does It Make You Feel?. Rolando è un'altra magia pop jazz che fa rivivere le atmosfere sofisticate dei migliori Steely Dan (quelli di Aja per intendersi), dove non mancano ammiccamenti alla vecchia e gloriosa discomusic, che si collega alla ballad romantica Tell Me Those Are Tears of Joy, un lento rock spaziale a gravità zero che fluttua su tastiere elettriche e voci suadenti.

I'll Be Fine segue i motivetti orecchiabili dei Beatles, ravvivandoli con progressioni power pop tra le nuvole di zucchero filato dei Jellyfish e le chitarre duplicate di Brian May. Per confutare la rilettura moderna di alcune pratiche electro funk, ecco poi arrivare in chiusura Standing in the Wake of Violence che si impone con dei groove lisergici alla Thundercat. Nel revival odierno che guarda alle caratteristiche estetiche sonore che si svilupparono a cavallo tra fine anni '70 e inizio anni '80, Once & Future Band è un album da tenere assolutamente in considerazione per questo suo intelligente e riuscito mix.


domenica 26 marzo 2017

Vasudeva - No Clearance (2017)


Il trio strumentale del New Jersey Vasudeva si è fatto lentamente apprezzare e conoscere nell'arco di questi anni con il debutto Life in Cycles risalente al 2013 quando ancora erano un quartetto. La perdita di un elemento non sembra aver intaccato a livello sonoro la compattezza del gruppo e No Clearance, in uscita il 31 marzo, ne è la testimonianza. Anzi, nel loro secondo lavoro i Vasudeva intensificano le sfumature del proprio mix tra math rock e post rock, aggiungendoci suggestivi riverberi dream pop e echi di ambient derivati dall'ultima direzione del djent di Disperse e Tesseract. Pur essendo musica strumentale infatti, nei brani dei Vasuveda ad essere al centro dell'attenzione non sono gli assoli, ma il trio dà grande importanza al sound d'insieme e alla costruzione di strutture armoniche piuttosto che melodiche. Per fan di Covet, Six Gallery e Damiera.



venerdì 24 marzo 2017

22 - You Are Creating: Limb 1 (2017)


Nel 2012 l'etichetta inglese Best Before Records si accorse dei norvegesi 22 e li mise sotto contratto su suggerimento degli amici Arcane Roots. In quel momento il gruppo sembrava lanciatissimo, promozionalmente parlando, con un tour inglese, la ristampa e distribuzione anche per il mercato europeo del primo album Flux (risalente a due anni prima) con l'aggiunta di nuovi brani allegati ai singoli tratti dal disco. Ora, è vero che i 22 stavano capitalizzando e promuovendo Flux al di fuori della Norvegia per farsi conoscere ed era lecito aspettarsi una pausa più prolungata, ma sette anni di attesa per un'opera seconda sembrano davvero troppi. Aggiungiamoci poi che la band non è proprio portata per la promozione da social media - pubblicando nel 2014 un primo video per il brano Ectypes che faceva presumere un ritorno imminente per poi eclissarsi di nuovo fino a qualche mese fa con l'annuncio del loro approdo all'etichetta Indie Recordings - e il gioco è fatto: chi si ricorda più dei 22? Ed anche in seguito le cose non hanno brillato per strategia con la data di uscita fissata per la fine di febbraio e poi spostata di un mese senza apparente motivo, con notizie e aggiornamenti costantemente elargiti con il contagocce. Se ad oggi, quindi, ancora non sapete chi sono i 22 non è che sia necessariamente colpa vostra.

Come parziale giustificazione c'è da dire che il gruppo ha dovuto far fronte all'abbandono del cantante a registrazioni già ultimate, l'arrivo di un sostituto con il quale avevano deciso di rifare ex novo le parti vocali, e infine il ritorno del frontman originale. Inoltre You Are Creating: Limb 1, come si evince dal titolo, è solo la prima sezione di due parti (la seconda è già pronta e registrata, ma non si sa ancora quando uscirà), anche perché il lavoro in sé supera di poco la mezz'ora. La lunga gestazione, comunque, non sembra aver intaccato o sviluppato più del dovuto il sound del quartetto dai tempi dell'exploit di Flux. You Are Creating appare semmai come un'ulteriore esplorazione delle possibilità math rock e post hardcore se rilette dal punto di vista power pop. L'accessibilità di Staying Embodied, di INSPEC e della title-track mette sullo stesso piano le ritmiche dispari e i ritornelli a presa rapida che si librano come cori da arena rock. Un'apertura a territori ancora più pop, che regala due episodi abbastanza inconsistenti, arriva prima con Sum of Parts e poi con A Mutations of Thrushes che pare un deludente mix tra gli arpeggi depressi dei Radiohead e il rock hip hop dei Gorillaz. Ma in questo caso non si vuole stigmatizzare un cedimento verso la tentazione commerciale, anche perché Flux era già posizionato su quelle latitudini, solamente che qui, tutto ciò che prima funzionava, appare ora sbiadito e poco convinto. In sintesi, You Are Creating rappresenta la metà di un'opera che la band, visto il risultato un po' svogliato e altalenante, dopo tutto questo tempo forse avrebbe fatto bene a pubblicare immediatamente nella sua interezza, poiché questa prima parte da sola non convince del tutto.






sabato 18 marzo 2017

A.M. Overcast - Drown to You (2017)


Il mio amore incondizionato per Alex Litinski si è cementato soprattutto con il suo meraviglioso progetto Grand Beach, ma è ormai da anni che porta avanti in solitaria il proprio alter ego musicale A.M. Overcast. Il nuovo Drown to You è l'ottavo capitolo di una discografia alquanto particolare dato che ogni suo lavoro rimane sotto la soglia dei trenta minuti. Ormai per Litinski tale standard di durata è talmente consolidato che non è giusto chiamarlo EP, per lui è questo il formato con il quale ha deciso di esprimenrsi. Drown to You contiene quattordici tracce e, nella sua stranezza, può essere considerato quindi un album a tutti gli effetti, solo concepito con miniature che vanno dai trenta secondi al minuto e mezzo.

La durata non va ad intaccare la varietà delle invenzioni di Litinski che viaggia perennemente sul confine tra rock alternativo sperimentale, pop punk e math rock, collegando molto spesso un brano all'altro con arguta e gioisa frenesia come ad inventare un progressive all'incontrario che ribalta le regole e le aspettative e rimpiazza le lunghe digressioni con micrologie in continuo cambiamento. Alla fine il materiale degli A.M. Overcast è così divertente, infarcito di idee e saturo di melodie che ascolteresti ogni album all'infinito senza mai cedere un attimo alla noia.


giovedì 16 marzo 2017

Kodiak Empire - Silent Bodies (2016)


Forse sarà la loro remota posizione geografica che le fa sembrare distaccate dal resto del mondo, forse sarà una effettiva vitalità musicale ma, da qualche tempo a questa parte, le novità più interessanti a livello musicale provengono dall'Australia e dalla Nuova Zelanda. L'ultima scoperta sono i Kodiak Empire, cinque giovani di Brisbane che, dopo il piccolo EP Urashima essenzialmente composto da due brani, hanno esordito l'agosto scorso con il magnifico mini album Silent Bodies, portando alla luce un ibrido alquanto interessante. Diciamo che per descrivere il sound della band è necessario fare riferimento a più fonti come il post hardcore progressivo, il math rock, l'emocore, l'atmospheric metal e aggiungerei anche l'elemento fusion. Quello che ne viene fuori è un sound personale che sembra messo insieme da un patchwork di idee eterogenee che comunque partono da presupposti alternative rock.

Più che chiare le modalità con cui i Kodiak Empire costruiscono i loro brani. I continui cambi di direzione, talvolta completamente slegati tra loro eppure estremamente calzanti nel puzzle sonoro, nascono da improvvisazioni di gruppo nelle quali si possono intraprendere le strade più disparate. Il caos da fuoco incrociato di Ocean and Sky sembra generare anarchia totale anche se, con l'ingresso inaspettato delle tastiere progressive di Josh Engel, tutto prende una piega epica e solenne. Accade pure nelle pulsazioni irregolari di Paso Doble, per gentile concessione delle ritmiche costantemente irrequiete dettate da Benjamin Shannon e dal basso fusion di Jacob Warren, dove gli accordi e gli arpeggi caleidoscopici della chitarra di Joseph Rabjohns rimandano a delle trame da jazz elettrico psichedelico.

La veloce e selvaggia Connochaetes è quasi un'intermissione metalcore avant-garde arricchita con il sax dissonante di John Stefulj e il cantato di Bryce Carleton che si adegua per l'occasione al regime harsh/growl, dall'altra parte, come compensazione, il singolo Sun ripiega su rifrazioni da ballad che si scontrano con groove hardcore funk. Wild Swans inizia immediatamente come un tiratissimo math rock e prosegue in costante mutamento in più direzioni come, d'altronde, fa anche Hakbah, il brano del quale è stato da poco realizzato un video, che si dipana in una valanga di riff robotici tra The Mars Volta e King Crimson che farebbero presagire un seguito dall'alto tasso adrenalinico, ma che invece si risolve in un meditativo avant-core con improvvise accelerazioni metal.  

Silent Bodies colpisce proprio per questa sua ricchezza di contrasti e atmosfere, applicate attraverso idee ben sviluppate che vanno oltre i trentaquattro minuti della sua durata. Nella loro peculiarità l'unico paragone che verrebbe in mente con i Kodiak Empire è quello con gli Oceansize non tanto per l'affinità sonora, ma piuttosto per l'attitudine nel creare qualcosa di personale e variegato che non richiami direttamente a nessun altro gruppo. Per i Kodiak Empire questo rappresenta solo l'inizio e con tali premesse è arduo prevedere come svilupperanno il proprio mix sonoro, ma per ora rimangono la rivelazione del mese, dell'anno, della vita.



Kodiak Empire - Hakbah from Shanahan Flanders on Vimeo.
Kodiak Empire - Sun from Shanahan Flanders on Vimeo.

mercoledì 15 marzo 2017

Crying live @ Audiotree


L'album d'esordio dei Crying Beyond The Fleeting Gales è rientrato tra le migliori uscite del 2016 secondo questo blog grazie ad una proposta fresca che unisce power pop e stadium rock visti dalla prospettiva di un power trio che sintetizzato la formula perfetta tra Van Halen e i Rush in chiave pop. Attualmente sono in tour e lo scorso mese sono passati anche dall'Italia per una data milanese di supporto ai The Hotelier. Per chi se li fosse persi dal vivo ecco un assaggio di cosa sanno fare, grazie alle mai troppo lodate sessioni Audiotree, con l'aggiunta della nuova batterista Kynwyn Sterling.




Stolas - Stolas (2017)


Il terzo album in studio degli Stolas, in uscita venerdì, segna un considerevole cambiamento per la band intuibile già dalla scelta del titolo omonimo come a sottolineare un nuovo inizio. Con l'abbandono del cantante Jason Welche, il batterista Carlo Marquez si è preso la responsabilità di sostituirlo alla voce e tale avvicendamento ha creato il bisogno di trovare anche un suo sostituto nella persona di Carlos Silva. Le novità non si fermano qui comunque: se a livello musicale la proposta degli Stolas rimane vicina ad un post hardcore progressivo già sviscerato ampiamente da loro e da altri colleghi, le linee vocali sono comprensibilmente rivoluzionate con l'abbandono delle harsh vocals in favore di un canto totalmente clean che riprende le alte tonalità e le linee melodiche simili a Circa Survive e Hail the Sun.

Tenendo bene in mente questa analogia, Stolas è un album che si rafforza per un grande influsso da parte di band come The Mars Volta e At the Drive-In, con vibrazioni percussive latinoamericane e fraseggi di chitarra frenetici, ma che non aggiunge molto di nuovo a quanto già fatto dall'ultimo progetto di Donovan Melero e Will Swan, i Sianvar, anche se è un lavoro che potrà piacere ai fan di Dance Gavin Dance, A Lot Like Birds e Hail the Sun, naturalmente. La copertina è opera di Drew Roulette dei Dredg.