domenica 4 dicembre 2016

Karmanjakah - Karmanjakah EP (2016)


I Karmanjakah sono quattro giovani ragazzi provenienti dalla Svezia che suonano progressive metal e esordiscono con questo EP omonimo. I riferimenti musicali di Viggo Örsan (chitarra), Jonas Lundquist (voce), Lukas Ohlsson (basso) e Sebastian Brydniak (batteria) sembrano essere in primis i TesseracT ed infatti si impegnano in contorsioni djent contrapposte a tappeti ambient di suoni atmosferici. Solamente che le cinque tracce presenti sull'EP, tutte di alto livello, riescono ad essere molto più accessibili e orecchiabili del solito, nonostante una pronunciata componente progressive che si muove quasi in un tessuto math rock con elaborate trame chitarristiche e ottime poliritmie, ma le armonie instaurate dai brani sono così pronunciate che, anche quando vengono "sporcate" dagli interventi growl, la loro purezza non subisce intaccature.

sabato 3 dicembre 2016

Sleep Token - One EP (2016)


Mantenendo un assoluto riserbo e mistero su ciò che circonda questo progetto di cui si sa poco o nulla, gli Sleep Token pubblicano un primo EP dal titolo emblematico di One. All'interno troviamo sei tracce, anche se in realtà tre di esse sono un arrangiamento per solo piano delle prime tre. Quindi, che cosa abbiamo a livello musicale? Credo che mai come in questo caso si possa usare e abusare del termine "atmospheric metal" per descrivere la peculiare costruzione dei brani. Ad un primo approccio, chiunque si avvicinasse agli Sleep Token potrebbe pensare a tutto fuorché ad una band incasellabile nel metal. Ogni brano parte infatti come una melodrammatica atmosfera, sia nela musica evanescente sia nel cantato sospirato, che privilegia toni chiaroscuri impostati su eterei arpeggi di chitarra o tastiere e solo in seguito si palesano all'improvviso forti accenti di riff djent e muri elettrici da post metal. When the Bough Breaks fa ricorso addirittura alle polifonie in falsetto e a cappella sulla stessa linea delle vocalità di Bon Iver. Considerando che i tre brani presentati sono piuttosto simili tra loro stilisticamente, mi sembra comunque ancora prematuro dare un giudizio generale approfondito sulla proposta degli Sleep Token e su dove vorranno andare a parare.


venerdì 2 dicembre 2016

Strobes - Brokespeak (2016)


Uno degli album electro-math-rock più lodati dell'anno (e a ragione) è stato Silent Earthling dei Three Trapped Tigers. Ora, cosa succede se prendiamo il loro chitarrista Matt Calvert e lo poniamo in uno studio insieme al batterista Joshua Blackmore dei Troyka e al tastierista e produttore Dan Nicholls? Probabilmente qualcosa di eccellente. E così è stato con la nascita degli Strobes che, con il loro esordio Brokespeak, rischiano veramente si superare quanto già di buono prodotto dalle proprie band individuali, grazie ad un incremento di complessità formale e una sperimentazione che si spinge oltre i canoni della nostra "comfort zone". Il tutto però viene realizzato dal trio con genialità senza andare a parare in astruse cacofonie, fredda avanguardia intellettuale o dissonanze poliritmiche. In effetti gli Strobes hanno in mente delle melodie ben precise, ma le dissezionano e le deformano con i canoni cubisti del math rock fino a renderle irriconoscibili con l'utilizzo eterogeneo, ma amalgamato in modo naturale, di minimalismo post rock, frammenti di glitch music, solismi jazz, divagazioni prog.

Se in passato questi elementi di elettronica e math rock sono stati singolarmente esaltati a vicenda da altre band dell'ambiente, ora gli Strobes marchiano a fuoco una fusion futurista che sposa un'integrazione equilibrata in ogni sfumatura, nel segno della contaminazione. Nelle note che si confondono tra i beat convulsi e nelle battute che si aggrovigliano nella melodia, i tre musicisti sembrano piegare il tempo e lo spazio (World GB) e, se proprio vogliamo tirare in ballo esemplari sonori, sappiate che, sì, c'è il funk jazz degli Snarky Puppy (Winder), c'è il dub dei De Facto (BRKSPK), ci sono i groove trance dei Jaga Jazzist (OK Please), la psichedelia che si ripiega su se stessa (Kiksin) e l'IDM di Flying Lotus (Guns, Germs and Steel), ma è tutto così ben personalizzato, trascinante e naturale che gli va riconosciuto lo status di unicità. Quindi, senza andare a disturbare paragoni ingiusti, togliamoci dall'impiccio e diciamo trionfalmente che Brokespeak, ammesso che siate prima di tutto dentro al math rock bastardizzato di derivazione Battles e poi all'elettronica sperimentale di Tyondai Braxton, è un album fantastico e imperdibile, a tratti spettacolare.





www.facebook.com/strobesband

giovedì 1 dicembre 2016

Altprogcore December discoveries


Ultimo appuntamento dell'anno con questa forma antologica mensile di scoperte che avevo solo abbozzato negli anni passati, ma che ho iniziato con cadenza regolare solo a partire da gennaio. Per l'occasione l'offerta è più ricca del solito, quindi prendetevi il vostro tempo.

Il sestetto svizzero dall'improbabile nome öz ürügülü, sceglie un titolo per il proprio secondo album che per assonanza ci fa pensare a Steve Vai. Ma, se è vero che nel loro prog fusion non sono esclusi colpi di scena, più che rifarsi al virtuoso chitarrista, nei brani di Fashion and Walfare è presente lo spirito ironico e iconoclasta di Frank Zappa e quello dedito alle sperimentazioni di Mike Keneally.


I romani La Bocca della Verità esordiscono con questo fantascientifico concept album intitolato Avenoth e per l'occasione sfoggiano delle caratteristiche da far gioire i fan del prog anni 70, con particolare riferimento a Le Orme e PFM. Le 11 tracce sono praticamente parte di un'unica lunga suite che si dipana per quasi 80 minuti con musica e testi molto descrittivi e immaginifici al modo degli album "cinematografici" dei Ranestrane.



SILO è il progetto musicale di Eric Rinker che propone musica prevalentemente strumentale dal carattere fusion, mathrock e prog.



Davvero un peccato che questo "EP", così come è stato definito dalla band, contenga solo due canzoni (e quindi più simile ad un singolo), perché all'interno di esse si percepisce un buon potenziale emo/math rock che parte dal midwest dei fratelli Kinsella e arriva alle atmosfere alternative dei TTNG.


I Daima sono invece un quartetto polacco che suona puro prog metal/djent strumentale. Il loro primo EP Resurgence si ascolta molto bene anche per la sua vicinanza ai paesaggi onirici del post rock che crea una sorta di metal atmosferico.



Che cosa sarebbero le scoperte mensili senza l'obbligata citazione di un nuovo chitarrista strumentale di djent fusion? Questa volta tocca al canadese Zac Tiessen.



Dalla lontana Nuova Zelanda il trio dei Troika, dopo un album e un EP, pubblica My Brain is a Receiver che prosegue tra brani strumentali e vocali una visione stilistica che avvicina il metal intellettuale dei Tool ai trip psichedelici e reiterati tipici del post rock.



Uno strano ibrido tra i Porcupine Tree atmosferici del primo periodo e post hardcore alternativo, i Cauls sono un quintetto inglese di Newcastle Upon Tyne del quale aspetto di ascoltare qualcosa di più approfondito oltre il singolo Épée, tratto dall'album Recherché in uscita il 16 di questo mese.



I due musicisti tedeschi Phillip Tielsch e Mario Katz hanno creato il progetto Zon e, aiutati alla batteria da John Stainer dei Battles, si sono cimentati in un estremo mathcore metal strumentale dell'EP Palace diviso in due parti: nella prima otto brevi tracce affilate, distorte e glaciali; nella seconda una rivisitazione del materiale in chiave drone-industrial.



I Virta sono un trio di post jazz finlandese proveniente da Helsinki che, nel vero rispetto della definizione, suonano un post rock molto atmosferico e notturno condito da elementi ambient jazz. Hurmos è il loro secondo album in uscita in questi giorni, a quattro anni di distanza dal debutto Tales from the Deep Waters (2012).


domenica 27 novembre 2016

Yourcodenameis:Milo - They Came From the Sun (2007)


Ogni tanto, per comprendere lo sviluppo di una band che ci piace, è giusto andare a ritroso nel suo albero genealogico, soprattutto se i suoi membri provengono da altre esperienze musicali. Quando questa estate mi stavo documentando sui Young Lagionnaire per recensire Zero Worship, ho scoperto che il frontman Paul Mullen è ormai sulla scena musicale da molti anni e che, tra i vari progetti, la prima band importante in cui ha militato è quella dei Yourcodenameis:Milo. Quando è spuntato questo nome mi è suonato subito familiare e, infatti, le tracce lasciate dal gruppo riguardano altri due membri, il bassista Ross Harley e il chitarrista Adam Hiles, che in seguito hanno ripiegato nei Tomahawks for Targets e nei Mammal Club rispettivamente, due band di cui mi sono già occupato in passato. E' ovvio che a questo punto una verifica sui Yourcodenameis:milo era d'obbligo.

La band nasce nel 2002 e va in un'ibernazione indefinita (che dura tutt'ora) nel 2007. Durante questo periodo il quintetto registra l'EP All Roads to Fault (2004) e gli album Ignoto (2005), Print is Dead vol.1 (2006), e They Came From the Sun. Generalmente i Yourcodenameis:milo vengono consegnati alla definizione di post hardcore, il che è abbastanza precisa come descrizione preliminare se facciamo riferimento a All Roads to Fault e a Ignoto. Lasciando da parte l'esperimento di Print is Dead vol.1, che i Yourcodenameis:Milo realizzarono come una serie di collaborazioni con altri artisti (Field Music, Reuben, Bloc Party, The Futureheads, The Automatic, ecc.), è con They Came From the Sun che il gruppo segna un notevole passo avanti con la volontà di applicare al post hardcore d'origine soluzioni insolite e maggiormente elaborate. Ed è proprio in questo album che quella definizione inizia a stare stretta alla band, allargandosi al reame di territori sperimentali e quasi progressivi. La sequenza delle quattro tracce che apre They Came From the Sun è memorabile in questo: Pacific Theatre, All That Was Missing, Understand e I'm Impressed sono dei capolavori di sintesi tra post hardcore futurista, elettronica post pop e svolte repentine con incursioni in ritmiche sincopate.



Diciamo che le chitarre stridenti, i synth che pulsano motivi minimali, qualche polifonia vocale giusto accennata e i continui cambi di tempo che passano da regolari a irregolari, posizionano i Yourcodenameis:Milo in quella florida scena del sottosuolo musicale inglese di dieci anni fa che comprendeva cose gigantesche come gli Oceansize, i Biffy Clyro prima maniera, gli Aereogramme, i Reuben, i Million Dead (e molti altri) ai quali interessava per prima cosa testare le possibilità del post hardcore, portandolo in territori inesplorati grazie al crossover con altri generi. Le cose più vicine ai gruppi appena citati che i Yourcodenameis:Milo ci presentano sono To the Cars, che riprende l'epica dei crescendo post rock con la stessa intensità stilistica degli Oceansize e Screaming Groung, sorretta da un minaccioso muro di chitarre elettriche che si sprigiona con la rabbia hardcore dei Biffy Clyro.

Nel caso dei Yourcodenameis:Milo la destrutturazione avveniva attraverso elementi eterogenei tra loro. Poteva essere il post punk della marziale e livida Evening e della contorta frenesia di Take to the Floor, quanto lo spiccato uso dell'elettronica che lentamente diventa la protagonista nell'incedere dell'album: essa si accende come una fievole luce nella lenta ballad Sixfive, pulsa nelle trame gelide di Translate che anticipano il post prog minimale dei North Atlantic Oscillation e sopraffà About Leaving con l'indietronica ricavata nell'abbondanza di sintetizzatori. E' davvero un peccato che dopo questo album i Yourcodenameis:Milo si siano fermati, anche se Mullen ha dichiarato che non esclude un futuro ritorno, e come abbiamo visto la maturazione da loro conseguita è stata indirizzata e ramificata in altri progetti.






martedì 22 novembre 2016

iNFiNiEN - Light at the Endless Tunnel (2016)


Non c'è che dire, agli  iNFiNiEN non mancano di sicuro intraprendenza e coraggio, dote rara in una giovane band. Ancora più sorprendente quando si scopre che il gruppo fa musica da ben dieci anni, anche se Light at the Endless Tunnel è solo il loro secondo album pubblicato in questo lasso di tempo (più un EP nel 2006 appunto). Il principio operativo degli  iNFiNiEN ricorda come filosofia quello dei Farmhouse Odyssey, altro gruppo appartenente al sottobosco prog statunitense, usciti anche loro con il secondo album all'inizio dell'anno. In pratica si tratta di brani nati come un flusso di jam session tra i quattro musicisti, ma che assumono un senso compiuto attraverso la voce della tastierista Chrissie Loftus, abbracciando una notevole varietà stilistica compresa tra jazz, fusion, psichedelia, avant-garde e progressive rock. Il fatto è che in ogni traccia si nascondono tante piccole influenze che portano a sviluppi tematici imprevisti, comunque legati dal denominatore comune di valorizzare l'interplay strumentale tra la Loftus, Jordan Berger (basso), Tom Cullen (batteria) e Matt Hollenberg (chitarra).

Nell'anno in cui Esperanza Spalding ha fatto molto parlare di sé grazie alla pubblicazione del suo album migliore, è proprio il caso di citare la moderna rilettura fusion della bassista, che non ha lesinato ingenti dosi di pop e rock, per descrivere la musica degli  iNFiNiEN, solo che questi ultimi cercano di andare ancora più a fondo. Se l'apertura di Brand New e poi ancora Oasis fanno proprio pensare alla libere vibrazioni jazz e soul di cui sopra, si aggiungono alla ricettavari sapori come l'avant-garde dei Bent Knee, il crossover prog dalle complesse melodie dei The Tea Club e molta improvvisazione. Andando avanti nell'ascolto si manifestano alcune eccentricità nella lunga title-track "electro-etno-prog", in Off the Tracks, una specie di raga crimsoniano, e nel suadente ritmo iberico di Love for Yourself che riserva un bel finale alla Steely Dan. I brevi interventi nel reame del prog con la strumentale Worth the Waith e l'orchestrale (con archi e fiati) If I Were a Song si piegano verso una dimensione acustica della band anch'essa molto convincente. Comunque il meglio gli iNFiNiEN lo riservano nel finale, con la trascinate samba prog-pop di If You Were a Song - che nell'intermezzo si lancia nelle gioiose jam psych tipiche dei Phish - e poi nella festa percussiva latino-americana di Existence. Insomma un album gustoso e caleidoscopico capace di far percepire a chi ascolta la spirale vertiginosa della copertina, rappresentata dalla struttura a doppia elica del DNA.



www.facebook.com/infinien

Protest the Hero - Pacific Myth (2015-2016)


Se cercate indietro su altprogcore non troverete nulla al riguardo dei Protest the Hero, questo non perché li abbia fino ad ora ignorati discograficamente, ma devo confessare che non sono mai stato un loro grande fan. Ho trovato qualche buona idea su Voilition, un album che con il senno di poi, se vogliamo, rappresenta una tappa in progressione verso degli standard sempre più compositi. Nonostante ciò, c'è sempre stato un altro motivo di fondo prettamente stilistico (che magari non vi troverà d'accordo) per tale esclusione ed è che ho sempre trovato forzata o poco pertinente la classificazione del gruppo all'interno dell'etichetta "progressive metal". E' vero che la loro formula è altamente basata su sfoggio di tecnica, ma sinceramente percepisco le produzioni dei Protest the Hero più conformi ad uno schema speed o thrash metal con molti richiami agli anni '80 propri di Watchtower e Anthrax.

Perché quindi adesso arriva questa eccezione? Semplicemente perché l'EP Pacific Myth, alla fine, fa veleggiare i Protest the Hero verso lidi di math-metal-prog mai approcciati così chiaramente e compiutamente da loro e che magari sarebbe bello in futuro vederli complicarsi e articolarsi ancora di più. Ora, penso che molti saranno già familiari con il materiale di Pacific Myth, ma personalmente per ascoltarlo ho preferito aspettare che fosse realizzato ufficialmente nella sua interezza (con l'aggiunta delle versioni strumentali delle sei tracce) lo scorso 18 novembre. In realtà l'avventura Pacific Myth è iniziata più di un anno fa, ad ottobre 2015, quando i Prothest the Hero decisero di realizzare un brano a cadenza mensile su Bandcamp concesso in download a chi avesse sottoscritto un abbonamento. L'esperimento si è quindi concluso a marzo, ma solo ora l'EP è stato messo a disposizione anche per coloro che non avevano versato la quota di abbonamento.

Su Pacific Myth ancora fanno capolino i residui di certi vezzi eighties nelle cadenze frenetiche di Tidal e la sempre notevolissima voce di Rody Walker interpreta Cataract come se stesse da un momento all'altro mutare i Protest the Hero in una band hair metal, ma stavolta si aggiungono nelle trame dei particolari simili al mathcore dei The Fall of Troy che fino ad ora non erano mai stati così marcati. Poi brani come Ragged Tooth e Cold Water abbracciano quel math hardcore progressivo imbevuto di tapping chitarristico, melodie sepolte sotto tonnellate di distorsione e poliritmie di ultima generazione alla Hail the Sun, A Lot Like Birds e Sianvar, rimanendo fedeli alla linea metal del gruppo. E' un po' quello che accade anche su Harbinger che rappresenta un esempio di quello stile che accomuna i Protest the Hero ai Fair to Midland, perennemente in bilico tra due generi, nel quale si riconoscono richiami al prog, ma con aggressive cadenze melodiche che restano comunque discendenti dell'heavy metal. Un'ulteriore prova dell'avvicinamento a territori progressivi arriva infine dalla firma delle multiple deviazioni tematiche di Caravan, che ora detiene la palma di brano più esteso nella carriera dei Protest the Hero. Pacific Myth è un EP che tutto sommato si fregia di collezionare il materiale più avanzato scritto dalla band canadese, risultando allo stesso tempo coerente con la loro ricerca di complessità.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...