giovedì 19 gennaio 2017

RIVIẼRE - Heal (2017)


Credo che oggigiorno far decidere ad una label di investire su un gruppo senza che questo non abbia ancora pubblicato praticamente nulla denota un fattore di fiducia nei mezzi della suddetta band che varrebbe la pena ascoltare cosa ha da dire anche solo per questo. In sintesi, diciamo che il quartetto francese RIVIẼRE ha bruciato le tappe, presentandosi immediatamente in pompa magna con un full length dal titolo Heal in uscita domani tramite l'etichetta inglese Basick Records e posto sotto la guida al banco di regia del produttore Forrester Savell, responsabile dei primi due album dei Karnivool.

Tenete bene a mente il nome del gruppo australiano poiché i RIVIẼRE si inseriscono in quella deviazione di prog metal che ormai è mutata verso un territorio di confine che comprende djent, ambient, shoegaze e post rock. Quindi dimenticate i canoni più pesanti, barocchi e virtuosi del genere, in questo caso la tecnica è al servizio della creazione di paesaggi sonori elettrici diluiti in lunghe cavalcate i cui riferimenti possono essere soprattutto i Karnivool (appunto), ma anche una gran parte del metal alternativo americano a partire dai Deftones e dagli A Perfect Circle.

Nel metal psichedelico dei RIVIẼRE tracce come New Cancer, Yosemite, Symbol e Satin Night sembrano concepite come un trip psichedelico nel quale viene dato uno spazio equamente distribuito tra parti strumentali e parti cantate. Un appunto che si potrebbe fare è che la chitarre escono troppo pastose e un suono più limpido ne avrebbe giovato, inoltre, se da una parte forse qualche pezzo potrà sembrare eccessivamente prolisso capiterà, di contro, di imbattersi in momenti suggestivi che comunque aiutano a godersi la prospettiva sonora.

domenica 15 gennaio 2017

Altprogcore January discoveries


La prima e più bella sorpresa di questo 2017 sono i The Kraken Quartet. Formati nel 2011 a Ithaca, NY, stanno registrando in questo momento il loro debutto discografico, ma hanno appena partecipato ad una stellare session agli studi Audiotree. La musica strumentale dei The Kraken Quartet fa un uso molto esclusivo di strumenti a percussione (doppia batteria, vibrafono, marimba) e si innestano in un blend che loro stessi definiscono "percussion driven post rock" con elementi indie rock, minimalismo, elettronica, jazz e avant-garde.




I Jyocho sono una nuova band giapponese che potremmo definire math pop e hanno esordito lo scorso dicembre con l'EP A Prayer in Vain. Il gruppo è stato costituito dal chitarrista Daijiro Nakagawa, appena uscito dall'esperienza musicale molto simile intrapresa con gli Uchu Conbini dopo aver pubblicato solo due EP. Le canzoni contenute su A Prayer in Vain hanno la peculiarità di essere molto accessibili e orecchiabili anche per chi non ha mai ascoltato math rock, mettendo in primo piano l'estetica del J-Pop ma continuando a mantenere intricate trame a livello strumentale.



Non so esattamente da dove siano saltati fuori i North End, ma le sonorità di Alpha State mi sono risultate subito familiari dato che è come ascoltare un album di midwest emo (come quelli di Into It. Over It., Sleep In e American Football) solamente in versione strumentale.



Dopo aver apprezzato l'esordio dei öOoOoOoOoOo il quale vedeva alla batteria come ospite Aymeric Thomas dei Pryapisme era quasi d'obbligo andare a scoprire la produzione di questo eclettico ensemble. E' venuto fuori che i Pryapisme hanno un nuovo album pronto in uscita il 3 febbraio e due tracce sono già rese disponibili in anteprima su Bandcamp. Il mix ardito che il quintetto francese non è dissimile a ciò che avevo ascoltato su Samen con accostamenti a dir poco folli tra jazz, elettronica, chiptune e avant-garde.


Il duo svizzero formato da Marena Whitcher e Andrina Bollinger che prende il nome di Eclecta, nel proprio esordio A Symmetry si cimenta in un art pop che pone in risalto la strumentazione acustica composta da chitarra, piano, percussioni e ricco di armonie vocali. L'impostazione minimale e gli arrangiamenti molto essenziali non impediscono ai pezzi di emergere con una buona corposità e dinamica con il risultato di rendere l'album tutt'altro che monotono e omogeneo, ma eclettico e frizzante.

martedì 10 gennaio 2017

Pain of Salvation - In The Passing Light of Day (2017)


La presentazione con la quale è stata anticipata la pubblicazione di In The Passing Light Of Day, il nuovo album dei Pain of Salvation, ha posto in evidenza ciò che tutti attendevano e speravano: non solo un ritorno alle radici prog metal del gruppo, completo di brani più estesi e articolati e suoni più massicci, ma anche la riesumazione del formato concept molto caro a Daniel Gildenlöw, il che era quasi una scelta scontata visto il pretesto per raccontare la drammatica esperienza personale attraverso cui è passato il cantante e chitarrista nel 2014. Quindi, se ve lo chiedete, In The Passing Light Of Day prende proprio ispirazione dai giorni che Gildenlöw ha dovuto affrontare in ospedale a causa di un'infezione che lo ha portato quasi alla morte, creando così le basi per una riflessione sulla caducità della vita, delle relazioni personali e via dicendo. Il doloroso tema è stato messo in musica adeguatamente, seguendo l'umore mutevole che si può trarre dall'angosciosa esperienza di Gildenlöw e anche la scelta del produttore Daniel Bergstrand (In Flames, Meshuggah, Strapping Young Lad) assicura un'immersione in tinte metal dal carattere molto dark.

Nonostante la prospettiva personale dell'opera, Gildenlöw non ha comunque lasciato che la scrittura fosse suo appannaggio esclusivo, tanto che il caso più eclatante è stato il ripescaggio del pezzo Rockers Don't Bathe dei Sign, la band del chitarrista Ragnar Zolberg, tratto dall'EP Out from the Dirt (2012) dal quale è stato tirato fuori (con minime modifiche al testo) il primo singolo Meaningless. Trattandosi di un racconto così soggettivo naturalmente anche le liriche hanno assunto un ruolo importante, tanto che talvolta la musica ne sembra assorbita e quasi assoggettata con il risultato di apparire piuttosto appiattita (il requiem If This is the End, il soul Silent Gold, l'hard blues The Taming of a Beast che non a caso sono quelle più vicine alla vena da rock americano affiorata nel periodo di Road Salt).

Tornando al contenuto musicale dell'album, andrei cauto sul fatto che esso sia un degno successore di The Perfect Element o Remedy Lane, ovvero i lavori con i quali i PoS devono fare i conti quando si parla di "ritorno alle origini". Ma non è solo questo, guardando indietro ai primi capolavori del gruppo svedese, si può argomentare come loro, più che i Dream Theater, abbiano insegnato alla odierne generazioni in quale modo realizzare un prog metal molto più sperimentale, melodicamente avventuroso e più coinvolgente dal punto di vista emotivo. Nel frattempo però il genere si è evoluto e adesso questa logica si è invertita, portando i Pain of Salvation, che avevano deciso di percorrere legittimamente altre strade, a tornare sui propri passi e guardare agli altri. Quello che ineluttabilmente traspare da In The Passing Light Of Day, oltre che dal singolo Reasons e dalla lasciva sensualità metal di Tongue of God, è quanto si siano adattati e accodati i Pain of Salvation alla nuova ondata di gruppi prog metal tipo, per fare un esempio, gli Haken e soprattutto i Leprous, ai quali gli aspetti più oscuri dell'album sembrano rifarsi.



In The Passing Light Of Day potrà accontentare e far gioire chi cercava una ritrovata vena per l'estetica progressiva nei PoS, però non è privo di limiti che lo pongono distante dallo status di capolavoro già proclamato nella maggior parte delle recensioni, ma più realisticamente riconducibile ad un dignitosissimo album di prog metal contemporaneo che incorpora molti elementi e stratagemmi sonori ormai divenuti canone, come i sempre abbondanti riff sincopati con ammiccamenti al djent. Limiti che vengono a galla sulla pelle di canzoni che comunque mantengono un certo legame sonoro con il passato, ma nei casi dove il minutaggio è più elevato sembrano tirate troppo per le lunghe.

Prendiamo ad esempio una delle migliori: Full Throttle Tribe, ci sono i classici controtempi con incedere minaccioso, un chorus che ti si stampa in testa, una sottile linea di synth che pulsa e crea atmosfera. Eppure, nella sua durata di quasi nove minuti, tutto si risolve a livello tematico principalmente tra strofa e ritornello, un pezzo che se fosse stato sotto i cinque minuti avrebbe potuto ricoprire un ruolo più ad effetto di Meaningless. Quello che non funziona qui e in altri brani sono gli innesti da lento atmosferico riconducibili soprattutto ai passaggi di piano e tastiere, non diciamo inadeguati, ma abbastanza superflui proprio perché privi di ispirazione e quasi forzati, si veda anche il bridge dell'ottima On a Tuesday che si fregia delle stesse qualità di Full Throttle Tribe, ma soffre di una solenne coda conclusiva fin troppo dilatata. Altre stentano a decollare come Angels of Broken Dreams, un pezzo dalla ritmica pleonasticamente "sbicentrata" che ruota attorno ad un tema che non sfocia mai in un climax e quando lo fa, con il bellissimo doppio assolo di chitarra finale, è ormai troppo tardi.

L'album si chiude con The Passing Light of Day: uno showdown al contrario dove gli esagerati quindici minuti a disposizione si dividono in un'interminabile prima parte a forma di ballad minimale per solo chitarra e voce seguita da una seconda più strutturata con tutta la band, dove il perno centrale rimane il chorus già esposto anche nella prima. E In The Passing Light Of Day è soprattutto questo: sprazzi di superba lucidità contrapposti ad episodi trascurabili, svelandosi così un lavoro più preoccupato di crogiolarsi in un sentimento e edificare un'atmosfera coerente piuttosto che un viaggio musicale ben arrangiato, pianificato e sviluppato.



giovedì 5 gennaio 2017

The Monsoon Bassoon - Il passato dei Knifeworld era già il futuro


Se conoscete i Knifeworld probabilmente sapete che il loro leader e fondatore, Kavus Torabi, oltre ad essere stato chitarrista nell'ultima fase dei Cardiacs, è anche coinvolto in numerosi act che confinano con il rock sperimentale e il prog tra cui nell'immediato vengono in mente da citare Guapo e Gong. Ma, se al momento apprezzate i Knifeworld e li ritenete originali, a questo punto meriterebbe fare un passo ancora più indietro, adottando la formula del "forse non tutti sanno che"... negli anni '90 Kavus Torabi militò in una band che faceva quello che fanno più o meno oggi i Knifeworld, ma con molta più lungimiranza: i The Monsoon Bassoon. Ecco per voi un aneddoto che spiega di chi stiamo parlando: siamo nel 1998 e i The Monsoon Bassoon si stanno facendo conoscere in Inghilterra suonando in giro per locali. Alla fine di uno di questi spettacoli il responsabile di una major intercetta la band per complimentarsi: "il vostro è stato il miglior concerto al quale abbia mai assistito". "Bene - replicarono - allora perché non ci stacchi subito un assegno e mettiamo una firma su un contratto?" La risposta del responsabile fu più che franca: "Perché se ingaggiassi un gruppo come il vostro perderei subito il mio lavoro."

I The Monsoon Bassoon pubblicarono quindi il loro primo e unico album nel 1999 - tramite la propria etichetta indipendente Weird Neighbourhood Records messa in piedi dal loro manager John Fowers - con la produzione di Tim Smith dei Cardiacs. I Dig Your Voodoo, la cui copia fisica è fuori catalogo e introvabile ormai da anni (se non a prezzi esorbitanti su Discogs o su eBay), arrivava dopo la cassetta EP di quattro pezzi Redoubtable, edita nel 1995 dall'etichetta Org Records e da una tripletta di singoli (Wise Guy, In The Iceman’s Back Garden, The King of Evil) che conquistò consecutivamente per tre volte il riconoscimento di "Single of the Week" della rivista NME. Il che suona un po' strano data la natura mainstream del settimanale se si pensa che all'epoca la musica che dominava nel Regno Unito era per lo più il rimasuglio avariato del britpop e l'elettronica che alimentava i rave party. I The Monsoon Bassoon erano estranei a tutto questo, provenienti dai margini della scena psichedelica e metal inglese, il gruppo era nato dall'amicizia tra Torabi e Dan Chudley, chitarristi e principali compositori, dopo l'esperienza nei Die Laughing, seguiti da Sarah Measures (voce, flauto, sassofono, clarinetto), Jamie Keddie (batteria) e Laurie Osborne (basso).



Ascoltando I Dig Your Voodoo non è sbagliato individuare degli elementi che quattro anni dopo troveremo in un album seminale come De-Loused in the Comatorium dei The Mars Volta: la dicotomia che frappone la complessità progressive e le improvvise esplosioni punk che rendono la musica più viscerale, specie su The King of Evil e The Very Best of Badluck '97, sono caratteristiche che rispecchiano un certo amore anche per il Rock in Opposition, dove la catena melodica che tiene insieme i brani sembra essere appesa ad un filo sottile pronto a spezzarsi, incastrato nei grovigli sonici che generano sottili cacofonie. Alcuni interventi di chitarre arpeggiate e il ripetersi di fraseggi si rifanno alle peculiarità del minimalismo o alle folli trovate Pronk dei Cardiacs come accade su Wise Guy e Blue Junction. Su In The Iceman’s Back Garden e nei caotici minuti finali di Commando si raggiungono livelli di chamber rock e avant-garde coerenti con un'estetica rock accessibile. E, se vogliamo, il coraggio dei Monsoon Bassoon risiedeva proprio nel calare in un contesto post punk complesse soluzioni da rock intellettuale che si risolvevano, ad esempio, nelle progressioni frenetiche di The Constrictor e in quelle prog di Fuck you, Fuck Your Telescope. Un quadro più completo e approfondito della versatilità dei The Monsoon Bassoon ce lo mostrano le b-sides che avevano accompagnato i tre singoli già citati (le quali sfiorano le sincopi e le ritmiche composite del math rock su 28 Days in Rocket Ship e Flamingo Lawn), e quelli successivi risalenti a poco prima dello scioglimento (i contrappunti di The Noosemaker, le progressioni crimsoniane di God Bless The Monsoon Bassoon).

Purtroppo la mancanza di denaro e di un contratto discografico che desse stabilità finanziaria alla band ne decretarono la fine nel 2001, lasciando negli archivi molto materiale inedito. Per scrivere qualcosa sui Monsoon Bassoon avrei voluto aspettare la realizzazione di un fantomatico triplo box set antologico (contenente l'opera omnia del gruppo da tempo fuori catalogo) di cui Torabi iniziò a parlare nel 2011, ma da allora non se ne è saputo più nulla. Credo che a questo punto più il tempo passi e meno siano le speranze di vederlo materializzato, anche perché Torabi sembra essere sempre più assorbito dagli impegni con Knifeworld e Gong, andando a compromettere lo spazio necessario che richiederebbe un'operazione di assemblaggio e rimasterizzazione di materiale edito e soprattutto inedito. Inoltre, nel frattempo, molto di questo materiale introvabile è stato caricato sulla pagina Soundcloud del gruppo (che forse tale scelta voglia rappresentare una sorta di resa o mediazione?). Ho deciso quindi di parlare ugualmente dei Monsoon Bassoon per il loro valore fondamentale all'interno del prog-math-avant-core rock, soprattutto se si considera come suona contemporanea la loro musica risalente ormai a quasi venti anni fa.

domenica 1 gennaio 2017

Dark Star: i detriti oscuri dei Levitation


Premessa: l'articolo che segue è un proseguimento delle vicende narrate qualche mese fa a proposito della band Levitation e, per godere appieno della musica dei Dark Star, sarebbe utile e necessario conoscere la loro storia precedente che a grandi tratti potete recuperare qui.

Se i Levitation avevano segnato in modo indelebile le vie alterne del prog psichedelico di inizio anni '90, ciò che successe dopo è altrettanto interessante da essere ripescato e raccontato. Dopo la fine dei Levitation i tre membri Christian "Bic" Hayes, David Francolini e Laurence O'Keefe continuarono le proprie carriere separatamente in orbite musicali differenti, ma evidentemente il destino non aveva ancora finito con loro e nel 1998, dopo essersi incontrati ad un concerto dei Sonic Youth, tornarono a suonare insieme formando i Dark Star. Affrontato il solito rituale dell'EP apripista, il 1999 vide la pubblicazione del loro primo e unico album Twenty Twenty Sound, realizzato addirittura sotto la supervisione della mitica etichetta Harvest, la costola progressiva della EMI, e prodotto da un nome di rilievo come Steve Lillywhite. Forte di due singoli eccellenti, ma molto differenti in termini di prospettiva formale e sonora (Graceadelica e I Am The Sun), il gruppo riesce ad avere una discreta esposizione mediatica, partecipando anche a qualche trasmissione televisiva inglese.

Twenty Twenty Sound è un coagulo di suoni prog/psych acidi e mesmerizzanti, come se i Levitation fossero usciti fuori da un buco nero portandosi dietro un po' di materia oscura. Tutto è talmente lisergico e avvolgente che anche la batteria di Francolini e il basso di O'Keefe si protendono nell'insieme con proprietà psichedeliche, per certificarlo basterebbero i groove quasi dub di 96 Days e quelli fluidi di What in the World's Wrong oppure le pulsazioni febbrili di A Disaffection. Poi, come dicevamo, ci sono le distinte suggestioni fornite dai singoli I Am the Sun, un inno alternative dominato da chitarre deraglianti e ritmiche frenetiche, e Graceadelica, un trip psichedelico a spirale che si ciba di trance ambient quanto di garage rock. Comunque è l'eredità stilistica lungimirante dei Levitation la fonte primaria che permea e illumina pezzi come About 3am, The Sound of Awake Lies. Siamo nel 1999, ma qui dentro ci sono già tutti i Porcupine Tree e gli Ozric Tentacles passati, presenti e futuri, ci sono i King Crimson, c'è il krautrock dei CAN nascosto tra i beat funky e nelle distorsioni che si flettono in poderosi feedback. Ascoltando Vertigo si capisce che anche gli Oceansize non sono stati immuni dal fascino dei Dark Star.



In un'incredibile coincidenza con la sorte della loro ex band, il secondo album dei Dark Star previsto per il 2001 non vedrà mai la luce con una pubblicazione ufficiale. Ciò che successe è questo: Hayes, Francolini e O'Keefe avevano praticamente pronto il nuovo disco, sono così sicuri che ne annunciano l'uscita nelle interviste e alcuni pezzi vengono presentati dal vivo. Inaspettatamente, un avvicendamento di ruoli all'interno della EMI per arginare i costi dell'etichetta fece perdere ai Dark Star i punti di riferimento nelle persone su cui si appoggiavano e la casa discografica, non vedendo un potenziale nella loro proposta, li scaricò detenendo comunque i diritti sulla musica da loro registrata. In tempi più recenti una versione bootleg dell'album è affiorata nel Web con il titolo di Zurich, prima come file scambiato tra i fan e in seguito, nel 2011, caricato addirittura per intero nel profilo Soundcloud dei Dark Star. In ogni caso, sono ancora in molti ad attendere un versione "definitiva e autorizzata" di Zurich e, anche se nel 2015 Hayes ne dichiarò un'imminente pubblicazione ufficiale, ancora ad oggi non si è palesata.

Tra le ragioni che portarono la EMI a scaricare i Dark Star c'era, dal loro punto di vista, la difficoltà di trovare un singolo adeguato per promuovere il secondo album. Eppure sembra impossibile che le rilucenti arie art pop di un brano perfetto come Bigger Than Love siano rimaste finora inascoltate oppure, al limite, rivolgersi all'alternative rock di Strangers and Madmen che all'epoca ebbe anche qualche passaggio in radio. Ma effettivamente essi rappresentavano un'eccezione, poiché tutto l'album ruota attorno ad un programma estremamente esoterico e spietatamente chiaro nella propria direzione sonora. I brani si fanno ancora più sinuosamente psichedelici, disegnando il loro perimetro con reiterazioni quasi ossessive e con fasci e riverberi elettrici di basso e chitarra che rafforzano il potere straniante del sound. Perfectly Simple, 3 Seconds e The Day That Never Was sono dei viaggi sonici architettati come se l'intento fosse portare allo stordimento dei confini lisergici anche l'ascoltatore, salvo poi riportarlo bruscamente sulla Terra con gli assalti Roman Road e Valentine.






lunedì 19 dicembre 2016

ALTPROGCORE BEST OF 2016


Bene, dando uno sguardo panoramico a questo 2016 che ha lasciato dietro di sé un'ecatombe di scomparse illustri e una serie di tragiche sciagure che pare impossibile si siano tutte accumulate nell'arco di 364 giorni (anzi 365, dato che stiamo parlando di un anno bisesto e che da tradizione ha mantenuto fede al famoso proverbio), sembra proprio che avessi scelto l'anno sbagliato per ritirarmi. Infatti, sul frangente delle uscite musicali il destino ha giocato un ruolo inversamente proporzionale ed è stato un vero piacere commentare l'elevato numero di pubblicazioni, considerando che molte band seguite da altprogcore sono tornate sulla scena, ma ciò che si è rivelato particolarmente gratificante è il livello qualitativo che nella maggior parte dei casi si è dimostrato mediamente alto rispetto al passato, sia per quello che riguarda gli esordienti sia per gli artisti già consolidati. Detto ciò, quando scorrerete la lista, tenete ben presente che, in molti casi, la mia scelta di porre un album davanti ad un altro è il frutto di una pura formalità: se avessi potuto sfruttare il "pari merito" molto probabilmente qualcuno di loro occuperebbe la stessa posizione. Questo per dire quanto sia stato oggettivamente difficoltoso fare delle scelte a causa dell'alta qualità dei titoli. Proprio per questo motivo ho deciso di non limitare il "Best of" ai primi 10, 15, o 20 album ma, per la prima volta, ne ho voluti includere 40, per cercare di dare più spazio e rilevanza possibile ai titoli pubblicati nel 2016. Di conseguenza mai come questa volta vi consiglio di consultare la mia pagina RYM che contiene una classifica più estesa, dove sono presenti altri album sicuramente meritevoli di essere ascoltati che qui non hanno trovato posto (una specie di honorable mention).

Passando ad un piano personale ci sono state delle sorprese anche per ciò che riguarda altprogcore che confermano e certificano la tendenza di ottima annata, rappresentate dal fatto che, senza volerlo, la quantità di post che ho pubblicato nel 2016 è la più alta degli ultimi sei anni. Ma oltre a questo un'altra cosa piuttosto inaspettata è che altprogcore ha visto un progressivo e costante incremento di visite negli ultimi cinque mesi, raggiungendo vette mai toccate nelle sua storia (e il mese corrente si sta già apprestando a battere ogni record) quindi, anche se non sembra, siete sempre più numerosi a seguire queste pagine! Nel giro di un anno in pratica la situazione si è ribaltata e non so se è dipeso proprio dall'elevato numero di post che ha attirato più lettori o perché l'interesse verso questo tipo di musica è esponenzialmente aumentato. Senza dilungarmi oltre concluderei con una nota per i nuovi arrivati (ma volendo anche per gli tutti altri): ricordo che, anche se il blog segue da sempre un preciso indirizzo musicale, la classifica di fine anno viene di solito stilata con un criterio che comprende tutto ciò che mi è sembrato meritevole di essere segnalato, anche nel caso si trattasse di pop music. Purtroppo non ho tempo di mettermi ad organizzare pure classifiche suddivise per genere (anche perché in questa sede non avrebbe senso). Spero che, come in passato, nel 2016 altprogcore vi abbia dato la possibilità di scoprire e ascoltare nuova musica, ma soprattutto buona e stimolante. Se avete suggerimenti, commenti o semplicemente volete segnalare i vostri dischi preferiti dell'anno, la sezione dei commenti è come sempre a vostra disposizione. Buon 2017.


40.Lonely the Brave
Things Will Matter
Sarà che mi ricordano una versione più mainstream e atmosferica dei COG, ma questo secondo album dei Lonely the Brave, fatto di canzoni post hardcore, alternative e un tocco di convergenze soniche mutuate dal post rock, mi ha preso abbastanza da promuoverlo di fronte ad altre uscite del 2016 che magari avranno più rilevanza, ma qui siamo su altprogcore e non su pitchfork.


39.Dream the Electric Sleep
Beneath the Dark Wide Sky
In questo terzo album Dream the Electric Sleep hanno cercato di cambiare direzione, accentuando l'influsso post rock e dall'altra parte attenuando le dinamiche prog attraverso composizioni più lineari. Il risultato è un lavoro godibile con qualche influenza mutuata dai Rush.




38.Owen
The King of Whys
Come al solito la combinazione di musica e testi dall'alto contenuto malinconico sono i protagonisti dell'ennesimo album di Mike Kinsella che, nella sua variante acustica del midwest emo, sceglie di nuovo una chiave meno introspettiva rispetto ai primi lavori, proseguendo sulla scia de L'Ami du Peuple che si arricchiva di arrangiamenti per band, facendo passare in secondo piano lo scarno solismo dell'autore. Anche se non si toccano quei livelli di perfezione stilistica, The King of Whys è un lavoro si apre lentamente alle emozioni con all'interno dei pezzi memorabili come Settled Down, Lovers Come and Go e Saltwater.




37.Flyermile
Inversion Layer
Dietro al nome e al progetto denominato Flyermile si nasconde in realtà Steve Clifford, batterista dei Circa Survive, che con Inversion Layer si distanzia in modo ragguardevole dal suo gruppo madre e produce un math rock alternativo che ricorda altre band underground come Vending Machetes e Ghost Parade, ma possiede anche un tocco del crossover prog dei The Tea Club.


36.Haken
Affinity
A dire il vero non sono mai stato un grande fan degli Haken, però Affinity l'ho piacevolmente gradito. La scelta di allontanarsi da dettami ostentatamente barocchi e virtuosi ha giovato. L'album appare molto più vario e ispirato nella scelta "normalissima" di riprendersi il giusto spazio diluito tra prog sinfonico e prog metal, sapendo quando trattenersi e quando spingere sull'acceleratore.


35.Moulettes
Preternatural
Nonostante siano all'attivo da diversi anni, ho conosciuto i Moulettes con questo album e mi ha colpito molto il loro modo di unire prog rock, folk tradizionale, polifonie vocali e musica da camera in una formula che riconduce all'accessibilità dell'art pop barocco. Preternatural prosegue sulla scia del precedente Constellations, senza aggiungere grandi cambiamenti, ma considerando che già in quel lavoro si trovavano ottime cose, il livello qualitativo è rimasto decisamente intatto.



34.Dark Suns
Everchild
Quello dei Dark Suns è un ottimo compromesso tra progressive metal e jazz, una formula che avevano provato anche nel precedente lavoro, ma che in questo caso particolare ritorna con più decisione.



33.Anakdota
Overloading 
Praticamente un gruppo prog impostato come un trio jazz che suona in stile rock con la stessa perizia tecnica di ELP, Gentle Giant e echolyn.


32.Mike Keneally
Scambot 2
Se il primo volume di Scambot veniva a patti con un'estetica compositiva molto cervellotica, melodicamente complessa e a tratti ermetica, in questo secondo capitolo Keneally recupera la sua verve di scrittore composito, ma concedendosi a delle soluzioni decisamente più aperte, definendo con Scambot 2 il suo miglior album dai tempi di Dancing. E noi siamo d'accordo.



31.Farmhouse Odyssey
Rise of the Waterfowl
Rock psichedelico e divagazioni fusion uniti nella via di Canterbury. Sembra un connubio particolare se si pensa che è messo in atto da cinque ragazzi californiani, eppure in poco più di un anno i Farmhouse Odyssey si sono espressi con due buoni album dei quali Rise of the Waterfowl presenta un grande salto di maturità.



30.Hail the Sun
Culture Scars
Se oggi qualcuno mi chiedesse qual è stata l'influenza del progressive rock nel post hardcore, in questo particolare momento gli suggerirei di ascoltare Culture Scars degli Hail the Sun piuttosto che gli ultimi lavori di Circa Survive o Coheed and Cambria. Culture Scars rimane infatti ancorato ad un modo di scrivere molto simile alle due band appena citate, ma riesce bene a barcamenarsi tra accessibilità e deviazioni tematiche complesse e articolate, una caratteristica che altre band spingono dall'una o dall'altra parte, privilegiando di solito solo uno dei due aspetti musicali.


29.Thrice
 To Be Everywhere Is to Be Nowhere
Dopo una pausa tutto sommato breve, i Thrice si sono ripresentati con un album potente ma, rispetto agli altri lavori, anche con concessioni a brani di più facile presa. To Be Everywhere Is to Be Nowhere non ha la maturità di un capolavoro come Major/Minor, però sa dosare con equilibrio i vari aspetti che nel tempo hanno caratterizzato la musica dei Thrice: c'è quel tocco di sperimentazione di The Alchemy Index, il post hardcore diretto di Vheissu e quello più meditabondo e cupo di Beggars e, infine, anche la carica granitica del già citato Major/Minor.



28.Enemies
Valuables
Un esempio di come il math rock possa emanciparsi da percorsi elitari, includendo ritornelli irresistibili e mantenere intatte intersezioni soniche e stilistiche tra shoegaze, dreampop e midwest emo. Peccato che Valuables sia allo stesso tempo l'ultimo album e il lavoro più maturo degli Enemies. RIP


 27.Dayshell
Nexus
I Dayshell sono degli autentici outsider per me, non avrei mai creduto che il loro secondo album mi potesse colpire così. Di Nexus mi è piaciuto come ha messo insieme post hardcore, metal, djent e screamo senza necessariamente pretendere di essere un lavoro formalmente complesso o eccessivamente aggressivo, questo anche grazie ad un certo gusto nel sommare al totale un pizzico di elettronica in stile new wave anni '80.


26.MEER
MEER
Nonostante il loro omonimo album di debutto sia stato pubblicato a gennaio, durante l'intero anno non ho visto o letto nulla a proposito dei MEER, un ottetto norvegese ingiustamente ignorato. E dire che MEER è un'opera che unisce chamber pop, folk tradizionale e progressive rock con grazia e senza scivolare nei luoghi comuni in cui di solito cadono altri nomi ben più famosi. Se ancora non li conoscete dovreste assolutamente scoprire il loro album.



25.Crying
Beyond the Fleeting Gales
Nell'attuale revival degli anni '80 (che ha colpito di striscio anche gli Haken), i Crying rappresentano uno dei casi più riusciti. Partiti di base come l'equivalente di un esperimento casalingo lo-fi chiptune, con il loro disco d'esordio Beyond the Fleeting Gales si sono catapultati in un coloratissimo power pop i cui motivetti sono ipertrofizzati dal susseguirsi di riff AOR che seguono le orme dei REO Speedwagon e dello stadium rock di Rush e Van Halen, firmando con Revive una delle più fresche melodie dell'anno.



24.Fight Cloud
We'll Be Alright
I Fight Cloud sono stati un piccolo gruppo underground di math rock e We'll Be Alright è il loro ultimo album. Davvero un peccato, perché hanno compilato una serie di brani convincenti e questo lavoro metteva a punto una formula tra indie rock, math, emocore che avrebbe dato buoni frutti. Anche se non se lo è inculato nessuno, per me è stato uno dei migliori album di math rock usciti quest'anno.


23.Thank You Scientist
Stranger Heads Prevail
I Thank You Scientist penso che ormai li conoscete, continuano a fare quello che sanno fare e bene, Stranger Heads Prevail è un album impeccabile. L'unico peccato però è che aggiunge poco o nulla di quanto già detto nel memorabile Maps of Non-Existent Places. Facendo un parallelismo con i King Crimson direi che questo è il loro In the Wake of Poseidon, ad ogni modo mica male come risultato.



22.iNFiNiEN
Light at the Endless Tunnel
Partendo da percorsi simili ad una jam band, gli iNFiNiEN trasformano improvvisazioni in brani articolati dove si incontarno jazz, prog rock, avant-garde e influssi etnici e latino-americani, interpretati con gran sfoggio di ritmiche dinamiche, assoli e delle doti canore e tastieristiche di Chrissie Loftus. Light at the Endless Tunnel appare quindi un lavoro definito all'interno di dettami stilistici riconoscibili, ma ogni brano si differenzia dagli altri nell'accentuare il portarne avanti uno per volta, rivisitandolo in modo del tutto personale.



21.Car Bomb
Meta 
Un album che mai mi sarei sognato di ascoltare e tanto meno di includere in questa sede poiché parte da presupposti estremi lontani dal mio gusto personale. Poi però Meta non si ferma: viaggia, accelera, decelera, cambia più strade e ti arriva come un montante. Fortunatamente non è estremo solo nei growl vocali, ma soprattutto nelle parti strumentali che eccedono in complessità ritmiche e formali da elevare i tecnicismi verso articolazioni geometriche inaudite. Se i Meshuggah e i Dillinger Escape Plan (i paragoni più prossimi) sono algebra strutturale, i Car Bomb sono trigonometria frattale. Un capolavoro che rimarrà per forza una pietra miliare del mathcore.



20.American Football
American Football (LP2)
A diciassette anni di distanza dal loro seminale primo e unico LP tornano gli American Football, ma per Kinsella e soci il tempo sembra essersi fermato a quel debutto del 1999. E chi se ne frega se per alcuni spocchisi hipster con la puzza sotto il naso questo non ha sortito l'effetto di novità, mica sempre si possono scrivere capolavori! Qui trovate "solo" perfette canzoni di genuino midwest emo dal sapore dolceamaro in puro Kinsella-style...e scusate se è poco.



19.Sianvar
Stay Lost
Il supergruppo Sianvar ha sviluppato un'idea di post hardcore progressivo che è una versione ancora più complessa di quello dei Circa Survive, i quali rappresentano il diretto termine di paragone. Come progetto collaterale di Donovan Melero è inevitabile non pensare agli Hail the Sun, ma la presenza alla chitarra di Will Swan (Dance Gavin Dance) aggiunge sonorità dinamiche e frenetiche, facendo suonare Stay Lost come una versione concisa e meno debordante dei The Mars Volta del periodo Bedlam in Goliath.


18.School of Seven Bells
SVIIB
L'ultimo lavoro postumo degli School of Seven Bells si porta dietro la storia del lutto di Benjamin Curtis, eppure l'atmosfera è di una dolcezza e di una solarità che credo nessuno degli altri tre album in studio aveva. Alejandra Deheza si è presa cura di portare a termine le ultime registrazioni fatte con Curtis in una collezione di brani che è la più accessibile da loro creata, ma non per questo trascurabile nelle sua orecchiabilità. Tutto l'album è pervaso da electrodance che si fonde con il dreampop con il risultato di creare una miscela sognante, psichedelica e ultraterrena, con melodie dai riverberi contagiosi. Uno stato di grazia del synthpop evoluto e intellettuale.



17.Promenade
Noi al Dir di Noi
Con il loro esordio i genovesi Promenade firmano uno dei migliori album di progressive rock italiano da molto tempo, grazie ad un binomio in bilico tra tradizione e modernità che comunque li lascia liberi da facili nostalgie seventies, finalmente guardando oltre al prog sinfonico o barocco anche per il ricorso a dettami jazz, fusion e classici.



16.Ghost Medicine
Discontinuance
Ghost Medicine è il progetto del chitarrista Jared Leach (nell'album compare come ospite Colin Edwin al basso) che dà vita ad un tour de force elettroacustico in equilibrio tra hard rock psichedelico e virtuosi e aerei arpeggi di chitarra che dominano le otto tracce.


15.Esperanza Spalding 
Emily's D+Evolution
Inaspettato o meglio sorprendente. La bassista jazz più radical chic del panorama alternativo cambia look e direzione musicale con un album che strizza l'occhio al soul funk di Janelle Monae, a Jimi Hendrix e al progressive rock. La Spalding lascia solo virtualmente il jazz e le premesse di partenza rimangono saldamente indirizzate alla black music, ma vi affianca una prorompente matrice rock, giocando con poliritmie, armonie vocali e groove soul. Il risultato infatti assomiglia molto alla pop fusion reinterpretata dai bianchi, come ad esempio al periodo jazz-mingusiano di Joni Mitchell o ai capolavori pop prog di Steely Dan e Todd Rundgren.



14.Bent Knee
Say So 
Nel terzo album in studio i Bent Knee hanno deciso di spingere sulle proprie possibilità per mostrare una ricerca che equilibri avant-garde e indie rock, realizzando un'opera che si espande tra canzoni sperimentali, derive musical, pop intellettuale, leggeri accenni noise e al minimalismo. Say So segna anche una ricerca indirizzata al particolare per sconfiggere qualsiasi tipo di omologazione. Mischiando melodie e dissonanze, inaspettati risvolti melodrammatici contrapposti a crescendo luminosi, l'intento dei Bent Knee sembra quello di far uscire l'ascoltatore dalla propria "comfort zone".



13.Bon Iver
22, A Million 
Tre album diversi tra loro e ognuno a suo modo speciale. L'ultimo di Justin Vernon (aka Bon Iver) è quello che ha più stupito per la sua distanza stilistica dagli altri due che mettevano comunque la componente indie folk alla base del loro mix. Qui Vernon fa ricorso quasi esclusivamente a suoni altamente elettronici e manipolati, ma ciò non toglie che l'essenza della sua poetica malinconica, che aveva fatto dell'album precedente un capolavoro, rimane intatta.



12.Strobes
Brokespeak
Incredibile progetto collaterale di Matt Calvert dei Three Trapped Tigers. Solo due sentenze per questo gioiello: raising the math rock bar to the next level or "The Shape of Future Jazz to Come". Punto.




11.Three Trapped Tigers
Silent Earthlings
Pochi gruppi sono riusciti a trasformare l'elettronica in qualcosa di intellettualmente cerebrale come hanno fatto Three Trapped Tigers. Indietronica, IDM e math rock sposate in un connubio che può essere interpretato come progressive contemporaneo o fusion del futuro.



10.Jardín de la Croix
Circadia
Di album post rock nel 2016 ne sono stati pubblicati davvero tanti, molti dei quali da nomi di primo piano all'interno del genere: Explosions in the Sky, Mogwai, 65daysofstatic, Hammock, Mono. Eppure, per quanto mi riguarda, la palma di miglior disco post rock 2016 va a Circadia degli outsider spagnoli Jardín de la Croix. Il quartetto unisce la dinamica e la potenza dei Town Portal con le l'epica malinconica dei Caspian e il segreto per fare un esaltante (e non ripetitivo) disco post rock è tutto qui.



9.Astronoid
Air
Nell'affollatissimo panorama metal il debutto degli Astronoid, Air, sembra proprio una boccata d'aria fresca. Loro si definiscono un gruppo "dream thrash" e l'album segue e unisce proprio queste due direzioni improbabili e antitetiche come fosse un disco di thrash metal suonato con l'ausilio delle voci angeliche dei Mew. Incredibile inoltre come un'opera che nasce nella nicchia di tale genere riesca ad esulare anche dalle abituali atmosfere oppressive associate ad esso e a trasmettere influssi positivi.




8.Cult of Luna & Julie Christmas
Mariner 
Quando la somma delle parti è più potente della singola prospettiva. La sinergia che si è creata nella collaborazione tra Julie Cheistmas e i Cult of Luna ha fatto in modo che si completassero a vicenda. Sarebbe troppo ingiusto giudicare Mariner solo come post metal. Questo album è come una visione onirica del metal, un viaggio nella quarta dimensione, un trip spaziale in cui si coagulano psichedelia, progressive rock, post rock e shoegaze. Nella sua poetica ed estetica di proiezione astrale verso l'ignoto è come una versione moderna del proto punk dei Van der Graaf Generator e credo che Julie Christmas sarebbe una musa perfetta per un sodalizio artistico con Peter Hammill.



7.öOoOoOoOoOo
Samen
Samen è l'esordio del duo francese öOoOoOoOoOo (nome che simboleggia la sagoma di un bruco e che infatti si legge Chenille), un album che lascia fuori qualsiasi inibizione e fa della propria ecletticità il punto centrale di tutta l'opera. Ogni brano è una sfida all'interazione tra i generi prog, metal, dance pop, chiptune, death, jazz con la cantante Asphodel impegnata a districarsi con versatilità tra altrettanti stili vocali in un connubio che potrebbe riassumersi nella definizione di avant-garde metal. Samen è un album ambizioso nella propria continua ricerca dell'imprevedibile e della singolarità e sarà spietato se non siete pronti a lasciare da parte ogni pregiudizio, potendolo apprezzare pienamente solo dopo molti ascolti. Dentro c'è un po' Mr. Bungle e un po' di Sleepytime Gorilla Musium, un po' di The Gathering e, perché no, anche un po' di Bent Knee.



6.Frost*
Falling Satellites
Se penso ad un progster duro e puro che ascolta Towerblock mi si materializza l'immagine della sua faccia schifata. "Meglio ascoltarsi per la millesima volta Foxtrot" immagino direbbe. Come i Mercury Tree, i Frost* sono un'altra declinazione del progressive rock moderno che può far storcere il naso ai purirsti. E' vero che c'è abbondanza di tastiere, ma l'esuberante Jem Godfrey le cala in un contesto di elettronica ipertrofica, ritmiche umane e beat programmati, ouverture bombastiche, senza mai sfiorare influenze del classico prog sinfonico anni '70. Insomma, Falling Satellites non delude e con questo ritorno i Frost* si riconfermano a grandi livelli come, tra l'altro, era accaduto nei due album precedenti.



5.Rare Futures
This is Your Brain on Love
Il seguito degli Happy Body Slow Brain di Matt Fazzi porta il nome di Rare Futures e This Is Your Brain on Love è un successore perfetto dell'altrettanto ottimo Dreams of Water. Un groove rock permeato di soul, Rn'B e funk con canzoni che rappresentano una perfetta sintesi tra black music e progressive rock: ritmiche sincopate e incalzanti, armonie vocali, riff ballabili caldi e avvolgenti. Progressivamente cool.




4.The Mercury Tree
Permutations
Spaziando tra avant-garde, math rock, RIO e psichedelia, i The Mercury Tree ricompongono il progressive rock con una prospettiva moderna e avventurosa come fossero dei destrutturatori e guastatori sonori, pubblicando il loro album più maturo. La band non ha paura di sperimentare territori singolari, ambendo a diventare uno degli oggetti più particolari e singolari del progressive rock contemporaneo.



3.Young Legionnaire
Zero Worship
Zero Worship è un nuovo pilastro del post hardcore. Il secondo album dei Young Legionnaire non presenta canzoni particolarmente articolate strutturalmente, eppure sono così ricche di spunti space rock, progressive, math rock che vibrano di un carattere sperimentale e classico. Mi piace pensare che i Biffy Clyro avrebbero potuto suonare così, se non si fossero completamente rammolliti. I Young Legionnaire scrivono delle canzoni che non hanno una vera alternanza tra strofa-ritornello, ma solo un susseguirsi di temi che, anche se intercambiati, non si noterebbe la differenza tra quale riveste più importanza nell'economia formale. Un fattore che lascerà spiazzato qualcuno, nel senso che con canzoni di questa natura ti aspetti il ritornello potente che risolva la tensione, invece ai Young Legionnaire non interessa fare colpo in quel senso, ma si concentrano con coraggio nella compattezza monolitica. Non ci sono parti subordinate: dall'inizio alla fine ogni brano ha un andamento solido nel quale si alternano dissonanza vs. melodia, aggressività vs. dolcezza. Un album che non riesco a smettere di ascoltare.




2.Oh Malô
As We Were
Sempre più raramente una band riesce a sorprendermi al di fuori di ciò che viene incluso nei confini del progressive rock o comunque della musica che, in senso lato, cerca di sperimentare nuove strade. Con As We Were però gli Oh Malô ci sono riusciti, suonando un indie rock intellettuale con arrangiamenti mai scontati e assolutamente originali. Ispirato concettualmente da emozioni e atmosfere contrastanti, che hanno alla base i colori impressi nella copertina, As We Were è un lavoro che fa della sua estrema varietà la propria forza: un attimo impavido, l'attimo dopo plumbeo e depresso, il successivo vulnerabile o aggressivo e ancora solare e spensierato. Ogni canzone è un capitolo da scoprire, con una propria identità abbellito dalla suggestiva voce di Brandon Hafetz, ma Burn e Feed sono due delle cose più belle che ho ascoltato nel 2016.



1.The Dear Hunter 
Act V: Hymns With The Devil In Confessional
Con Act V:Hymns With The Devil In Confessional i The Dear Hunter ritrovano quell'eccellenza che era propria dei primi due atti: varietà stilistica, versatilità e dinamicità sonora al servizio di ottime composizioni dove ognuna gode di una propria personalità. Nonostante Act V sia stato registrato con lo stesso criterio orchestrale e contemporaneamente ad Act IV, il risultato è di gran lunga superiore anche se potrà apparire meno accessibile a causa della sua marcata atmosfera dai toni chiaroscuri. In pratica, se il capitolo precedente non riusciva a mantenere alta l'attenzione a causa di una stucchevolezza che inevitabilmente si impossessava di alcuni brani, i 73 minuti di Act V scorrono via tutti d'un fiato. Un album grandioso per concludere l'ambiziosa storia concepita da Casey Crescenzo che sarà da annoverare in futuro tra i grandi concept della storia del rock. E, se non vi fidate, riporto volentieri quanto affermato anche dal sito popmatters: "Truly, no other band is on the same level, so Act V is not only the top progressive rock release of the year, but also the best album of 2016, plain and simple."

venerdì 16 dicembre 2016

Gösta Berlings Saga - Sersophane (2016)


Avevamo lasciato gli svedesi Gösta Berlings Saga a cinque anni fa quando, attraverso il passaggio alla Cuneiform Records, pubblicarono il terzo album Glue Works, esibendosi poi nel 2012 in un trionfale live americano nell'ultima edizione del defunto NEARfest. Sersophane, in uscita oggi, segna il loro ritorno che questa volta avviene attraverso la loro etichetta Icosahedron Music. Il contenuto è composto da sei tracce che, per praticità, potremmo raggruppate in due forme ben distinte: tre brevi e diversissimi percorsi sonori che prevedono l’introduttiva Konstruktion la quale, in tre minuti, cementa in chiave crimsoniana dei temi che sembrano scaturiti da soundtrack per spaghetti western e poliziotteschi, la sua riconversione sonica drone-industriale (Dekonstruktion) e una miniatura per chitarra acustica (Naturum); dall’altro lato tre brani molto più estesi. Come sperimentato con Glue Works pare che anche questa volta i Gösta Berlings Saga abbiano voluto testare una nuova impostazione di lavoro, registrando in soli due giorni le tracce base dell’album dal vivo e senza sovraincisioni, un’etica che è proseguita di proposito anche nelle fasi successive della produzione, cercando di preservare la stessa spontaneità che può offrire una performance live.

La title-track è un prova della consistenza dell’insieme del gruppo, il quale non cerca esclusivamente di concentrarsi su frammenti solisti, ma chiama ogni elemento a giocare la propria parte nell’economia sonora. Fort Europa si basa su una cadenzata cellula tematica guidata in successione dalle tastiere o dal basso che si scambiano i ruoli, dove l’uso congiunto di banjo, chitarre slide alla Pink Floyd e un generale clima torbido e psichedelico, riconduce alle atmosfere di un immaginario doom western. Channeling the Sixth Extinction, con i suoi quindici minuti di durata, somiglia tanto ad un resoconto sonoro sotto forma di tour de force all’interno del quale il gruppo mette sul piatto tutto ciò di cui è capace, cambiando spesso e volentieri registro: si va dalla complessità math rock e RIO all’oscurità di avant-garde e zeuhl, mantenendo intatta l’impalcatura minimale che prevede che ogni tassello venga dipanato partendo da una cellula tematica definita. Arrivata al quarto lavoro in studio, la discografia dei Gösta Berlings Saga si arricchisce di un tassello fondamentale per capire il modus operandi dei quattro musicisti, sempre inclini a cambiare il loro approccio in fase di allestimento sonoro, ma rimanendo fedeli ad una poetica sospesa tra avant-garde e post rock.


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